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Tananai, il valore della leggerezza nelle storie di tutti

 Tananai si racconta in attesa del tour Europeo che toccherà Zurigo, Lugano, Londra, Barcellona, Amsterdam, Bruxelles e Parigi per poi arrivare nei principali festival estivi italiani. Tra una collaborazione spontanea con Levi’s® e la volontà di essere sempre più vicino alle storie di tutti, il cantante ci ricorda l’importanza della gentilezza, in un mondo che troppo spesso si dimentica del suo valore

Ti stai preparando al tuo primo tour Europeo che sarà poi seguito da un tour estivo in Italia. In Europa suonerai in diversi club, in Italia all’interno dei principali festival estivi. Sono due palchi diversi per te o li vivi allo stesso modo?

Tendenzialmente quello che si vive su un palco è sempre la stessa cosa, compresa l’ansietta prima di entrare. Per forza di cose la dimensione del club è più intima. La cosa che mi piace molto dei club è che riesci ad abbracciare con lo sguardo tutte le persone e si trasforma in un qualcosa di più carnale, che non vuol dire necessariamente fare più rumore o più salti, parlo proprio di un’energia diversa che si crea. Non vedo l’ora di rivivere la dimensione europea, un qualcosa che mi è piaciuto moltissimo, ma che ho vissuto per un solo tour. Sono contento di fare il mio Erasmus.

Immagino sia interessante anche il mix del pubblico lì.

Sì è un bel mix tra expat e persone del luogo. Mi fa strano e mi chiedo alle volte come sia possibile che la mia musica arrivi anche a persone che non parlano l’italiano. Anche in questo tour, durante i meet and greet, ho scoperto tanti stranieri che erano venuti a ascoltarmi ed è bello. Sono una persona molto istintiva e la musica che mi porto dietro, quella a cui mi appassiono, deve colpirmi da un punto di vista emotivo, non per forza per le parole. Non avevo mai pensato che anche la mia musica potesse fare lo stesso effetto su qualcuno. Avere a che fare con persone che sono colpite dalla tua musica a primo impatto, a livello quasi epidermico, e che poi hanno anche la voglia di approfondire, tradurre i testi e poi magari si trovano a sentirsi ancora più vicini a te, è qualcosa che mi lusinga. È bello sapere di avere tanti amici e amiche in giro per l’Europa, oltre a i fratelli e sorelle italiani.

Che show stai preparando, se puoi dirmi qualcosa?

Con i miei musicisti stiamo preparando qualcosa di molto particolare per il tour Europeo, con una formazione nuova, ibrida, che non abbiamo mai provato prima; per quanto riguarda i festival, invece, torniamo alla nostra formazione originaria e sarà un ampliamento di quello che è stato il CALMOCOBRA tour nei palazzetti di questo inverno.

Passando alla tua collaborazione con Levi’s®, nata spontaneamente in seguito alla canzone 'Storie Brevi' dove dici “Nel blu come i tuoi Levi’s®”, mi piacerebbe ci raccontassi com’è andato il processo creativo di questo progetto?

Tutto quello che faccio deve partire dalle persone, al di là del prodotto che si crea. Mi sono trovato fin dall’inizio molto bene con tutto il team di Levi’s®, ho trovato delle persone molto aperte e gentili. Se a questo poi si aggiunge un prodotto esteticamente interessante e che ti rispecchia, deve per forza andare in porto. Alle volte invece capita che ci siano cantati o artisti in generale che fanno progetti esaltanti, li vuoi conoscere a tutti i costi e poi ne rimani deluso. Non è stato questo il caso di Levi’s®. Sono un fan delle cose che arrivano e che fai senza sbatterci troppo la testa.

Penso che i capi in denim, insieme alle t-shirt, siano i più democratici. Tutti abbiamo nell’armadio almeno una t-shirt e un paio di jeans. Sono da sempre i capi delle rivolte, i capi di tante subculture, così come i vestiti che ci portiamo dietro per tutta la vita. Hai dei ricordi o qualche indumento del genere, a cui sei legato?

Da ragazzino avevo comprato il primo giubbotto jeans - tra l’altro senza farlo apposta di Levi’s® - e mi ricordo perfettamente quanto mi sentivo bene e figo quando lo indossavo. Lo mettevo sempre, lo conservo ancora a casa dei miei, nonostante sia dilaniato per quanto è stato usato. Sono dell’idea che le cose, nella loro semplicità e purezza, possano essere le più rivoluzionari possibili. La personalità si evince proprio dalla pulizia di un concetto o di un colpo d’occhio.

Nel tuo album, CALMOCOBRA, c’è un brano che mi ha fatto sorridere: Vaniglia. In quel brano c’è una fotografia per me decisamente calzante della paura che viviamo oggi nell’impegnarci, ma al tempo stesso quella voglia di fuggire dagli stereotipi con cui forse siamo tutti cresciuti. Un equilibrio dolce amaro tra l’apatia e la necessità di essere visti. Può servire veramente prendere un coniglio per responsabilizzarci?

Penso che, mettere altra carne al fuoco deliberatamente, sia la cosa più irresponsabile da fare. Ride (N.d.R.). L’unico compito che abbiamo è quello di trovare il nostro posto nel mondo e cercare di essere soddisfatti della persona che siamo. Con questo, non intendo dire aver raggiunto il nostro sogno per forza, ma semplicemente comprendere che abbiamo bisogno di un posto nel mondo, già solo il fatto di esserne consapevoli e cercare di migliorare il rapporto che abbiamo con noi stessi è la maggior parte del lavoro da fare. Se non facciamo questo, si cercherà di fuggire costantemente dalle responsabilità, soprattutto quelle che abbiamo nei nostri confronti. Automaticamente poi, non si riesce a far star bene le persone che abbiamo intorno. Nel momento in cui ti rendi conto che devi stare bene con te e ogni giorno cerchi di fare un piccolo passo per cercare di raggiungere quella direzione, sei già apposto.

Nel video di Ragni si alterna un tuo piano sequenza di fuga a incastri di incontri estratti quasi a sorte, una specie di loop continuo potenzialmente infinito. Mi ha fatto pensare per certi aspetti a un video iconico degli anni novanta, “Bitter Sweet Symphony” dei The Verve. In quel video Richard Ashcroft prende letteralmente a spallate la vita e in realtà il vero finale sarebbe stato quello di un violento pestaggio, che però è stato censurato. In Ragni il finale sembra aperto, di nuovo in un loop infinito. È realmente così per te?

Non credo ci possa essere una vera e propria fine. L’unico modo per uscire da un loop è quello di non lasciare che siano gli altri a metterti le mani sugli occhi, a dirti metaforicamente che sei sbagliato. Così, si scatenano una serie di domande su te stesso che alle volte possono far bene, ma altre volte non troppo. È difficile uscirne. In quel video, sono anche volutamente abbastanza scorretto, perché la cosa giusta sarebbe quella di non lasciarsi coprire gli occhi, non farlo nemmeno agli altri, ma semplicemente girarsi e andare via.

Ho letto che ti piacerebbe svincolarti un po’ dal cantare delle tue relazioni e di spostare la lente sugli altri, di aprire il tutto ad un qualcosa di sociale. Visti i tempi in cui viviamo, considerato l’individualismo e la tendenza al dramma delle o nelle relazioni, non pensi che cantare di fragilità, amore e anche leggerezza, sia già un argomento sociale?

Penso che la collettività sia qualcosa di sociale, l’amore è sociale, cantare dell’amore - anche per il proprio gatto - è qualcosa di sociale, non c’è bisogno di prendere uno stendardo e immolarsi per una battaglia. Io penso di avere la responsabilità nei miei confronti e nei confronti del mio pubblico soprattutto, di non accontentarmi mai di quello che faccio. Ho la responsabilità di cercare di evolvermi, perché la vita vera non è quella dei riflettori, quella è una bella cornice. Il rischio per un’artista è di confonderla per vita vera e di rimanere poi impresso in quella cornice, come in un film o una fotografia e dimenticarsi che invece si vive, si cambia, si ragiona. Ho questa volontà, non voglio più accontentarmi, ma questo non vuol dire che non canterò dell’amore, anzi, perché alla fine come diceva Brunori Sas, se non parli d’amore di cosa vuoi parlare? Vorrei provare a leggere l’amore da un altro lato, questo sì, ma l’amore è sublimazione di vita ed è impossibile toglierlo dai testi, almeno dai miei.

Con il passare del tempo mi sto rendendo conto del prezioso valore della leggerezza. La leggerezza per me è sinonimo di profondità. Quando si riesce a dare il giusto peso alle cose, quando si riesce a dire anche chissenefrega pensandolo realmente e quando si accetta di non voler per forza concettualizzare qualcosa, pur di apparire appetibili. Che valore ha per te la leggerezza?

La leggerezza non è superficialità, sono due cose agli antipodi per me. È importantissimo ricordarmi che sono in un grande gioco e capire che, l’unica cosa degna da fare per uno come me che è stato benedetto, perché ha fatto della sua passione il suo lavoro e che può parlare a qualcuno, è cercare di migliorare come persona. E come fai a migliorare come persona? Essendo più leggero, cercando di non vomitarti addosso paure, ansie e frustrazioni, così come non pensare di essere il migliore, ma al tempo stesso, non guardarsi allo specchio e schifarsi. È un sottile equilibrio tra essere sereni e leggeri con noi stessi e con i nostri giudizi. Trattiamo le persone sulla base di come trattiamo noi stessi. Cercare di volerci più bene, ci permette di volerne di più anche agli altri e questo ci porta a vivere tutti meglio.

Proprio legato a questo, penso sia impossibile non pensare a quello che succede nel mondo. Gli artisti non possono ovviamente salvare il mondo, ma possono sicuramente renderlo più lieve, più bello anche solo per il frammento dell’ascolto di una canzone o di un concerto. Questa bellezza la percepisci come una responsabilità o come una fortuna?

La percepisco come la fortuna di avere questa responsabilità. La responsabilità, così come la leggerezza non significa superficialità e non significa obbligo. Bisognerebbe cercare di prenderla con il piede giusto e capire che da questa responsabilità derivano sicuramente dei poteri. Al tempo stesso però si è umani e si sbaglierà sempre. Bisogna cercare di essere la versione migliore di se stessi. La fortuna che mi responsabilizza è anche quella di essere fermato da persone in strada che chiedono una foto o che mi vogliono parlare. Ho la responsabilità e la fortuna, di volere e dovere essere gentile con loro e di cercare di essere buono, per me e per gli altri.